Dietro la maschera di Grindr

Grindr e il cyberbullismo

Nel mondo gli utenti di Grindr – applicazione di incontri dedicata prevalentemente a maschi omosessuali – trascorrono in media dall’una alle due ore al giorno sulla piattaforma, che, lanciata nel 2009, conta ormai milioni di user. Dietro la maschera di Grindr non c’é solo una app di incontri. Grindr pare stia prendendo sempre più le sembianze di un’arena finalizzata a sdoganare il cyberbullismo.

Tra i profili che recitano “niente checche, effemminati e passivi”, spiccano quelli più marcatamente offensivi, che fanno del body shaming, del razzismo e dell’omo-transfobia un baluardo. Se non sei un maschio bianco cisgender, fisicato, sieronegativo (almeno sulla carta), riservato e “attivo”, c’è poco spazio per te su Grindr. Il rischio è che tu venga cassato come “sfranta”, “negro”, “malattia ambulante” o, più semplicemente, “cesso”.

Il legame tra le app di incontro e l’infelicità

Non è una coincidenza, quindi, che numerose indagini e testate giornalistiche abbiano associato l’uso di una applicazione come Grindr a manifestazioni di forte omofobia interiorizzata, machismo e fenomeni depressivi. La piattaforma ha a raggiunto il primo posto della classifica delle app che rendono più infelici, con il 77% degli utenti che si dichiara infelice dopo averne fatto uso. Inoltre, pare che “utilizzare app di incontri troppo spesso potrebbe contribuire all’isolamento sociale, poiché comporta il sostituire relazioni superficiali, momentanee e relativamente anonime a una intimità più profonda e consapevole”, dichiara Steve Cole, docente di medicina e psichiatria dell’Università della California.

Misoginia

Ma non è tutto. Su Grindr si parla anche di stupro e di donne, reiterando spesso quelle pratiche discriminatorie tipicamente misogine ereditate dalla peggiore “cultura” etero-centrica ed etero-sessista occidentale. L’uomo (etero o gay, poco importa), deve essere in cima alla gerarchia del genere e di conseguenza assumere, interiorizzare ed esternare il proprio ruolo di genere, denigrando chi non si conforma ad esso o chi preferisce interrogarsene criticamente. Lo stesso Joel Simkhai, creatore e CEO di Grindr prima che l’applicazione fosse venduta a una azienda cinese, ha dichiarato che la piattaforma e il nome (da to grind = macinare) sono frutto della ricerca di “un qualcosa che fosse mascolino e forte, aggressivo, potente e rude”. Tutto ciò che forse sarebbe il caso di rivedere. Tuttavia, recentemente gli sviluppatori di Grindr hanno potenziato il servizio e le sue opzioni, garantendo una maggiore apertura nei confronti dell’utenza transgender e genderqueer, almeno sotto il profilo meramente linguistico. Quindi, come spesso accade, sembra che il problema non sia il mezzo, ma l’uso che se ne fa. Il problema, fondamentalmente, siamo noi che ci nascondiamo dietro lo schermo del nostro smartphone, con i nostri pregiudizi e le nostre fragilità.

Dietro le maschere che indossiamo

Non è un caso che il logo di Grindr sia proprio una maschera, quella stessa maschera che questo percorso di Pride vorrebbe far cadere, per riportare le persone e le loro relazioni sociali in piazza e nelle strade, affinché gli spazi cittadini diventino luogo di confronto e non di affronto, di empatia e non di insulto. Giù la maschera, Bergamo! E’ proprio il caso di dirlo.

Per approfondire

L’amore ai tempi di Grindr sul grande schermo