Il Pride è una carnevalata – Prima parte

E’ tempo di carnevale e i festeggiamenti sono iniziati! Cogliendo l’occasione, vi presenteremo una serie di articoli divisi in diverse puntate, con l’obiettivo di riflettere insieme su un luogo comune molto diffuso: il pride è una carnevalata.

Pride e carnevale a confronto

Il Pride è una carnevalata. Quante volte abbiamo sentito o letto questa frase, pronunciata o scritta con disprezzo da decine di rappresentanti politici, cittadini e membri della stessa comunità LGBTQI…. Quindi quale occasione migliore dell’inaugurazione del carnevale a Bergamo per provare a riflettere insieme su questa  controversa affermazione? Una festa come il carnevale costituisce da anni motivo di orgoglio per la nostra città . Ma quali possibili connessioni ha il carnevale con l’orgoglio lesbico, gay e transgender tradotto proprio dalla parola “pride”?

Maschere e costumi

Lo stretto legame che questo comitato ha sviluppato e sta sviluppando con le maschere della tradizione popolare, ma soprattutto con le maschere dietro cui ci nascondiamo e che scegliamo di indossare ogni giorno, si fa sempre più articolato e necessario. Abbiamo deciso di sfidare i pregiudizi che interessano il Pride riappropriandoci di un simbolo come Arlecchino, rivisitato in chiave inclusiva, una figura atipica, quasi senza genere, perciò in grado di rappresentare tutt@, così maldestro e balordo, ma anche fragile e ribelle. Amato perché parte parte integrante della tradizione popolare, odiato perché con i suoi colori sgargianti e i suoi modi eccessivi risulta essere spesso d’impiccio. Centinaia di migliaia di persone in queste settimane sfileranno a Bergamo e nel mondo indossando lo sregolato patchwork arcobaleno di Arlecchino, celebrando il carnevale, indossando una maschera, perché questo si fa comunemente a carnevale. Il Pride, invece, ci chiede proprio di fare il contrario, esortandoci a toglierle queste maschere, reinventarle, al massimo, o, se troppo ingombranti, a gettarle via.

La maschera come opportunità

In occasione del bellissimo incontro tenuto dalla attivista indiana Divya Dureja, è emerso l’uso della maschera anche come opportunità e non solo in chiave negativa. Il Pride di Nuova Delhi vede la partecipazione di migliaia di persone ogni anno, molte delle quali indossano una maschera quando sfilano per le strade della città. Chi sceglie di sfilare al Pride indossando una maschera, spesso e volentieri lo fa perché non si è ancora dichiarato pubblicamente e pertanto vuole proteggere la propria privacy, senza dover rinunciare al proprio corpo come strumento di lotta, in quanto politicamente connotato all’interno di una marcia per i diritti. Un invito che estendiamo a chiunque non si senta ancora pronto a calare la maschera, ma che abbia voglia di darle un senso diverso.

Da Rio alla Colombia, passando per Bergamo

In un interessante articolo, Il grande colibrì tratta il tema del carnevale sudamericano in relazione alla comunità LGBTQ, sostenendo che abbia da sempre avuto un ruolo fondamentale all’interno dell’organizzazione del carnevale, in quanto non solo “gran parte dei truccatori, stilisti, ideatori, artisti e comparse che rendono unica questa manifestazione, si identifica in una o più lettere dell’acronimo. Ormai da vent’ anni si organizza il Carnevale Gay su iniziativa della Corporación autonoma, presieduta da Jayro Polo, in cui la relazione tra arte e componente identitaria e politica diviene definitivamente più esplicita.  (…) In contemporanea agli eventi ludici si creano dei luoghi di resistenza politica e di libertà espressiva consentendo alla manifestazione e ai suoi partecipanti di veicolare una prospettiva alternativa rispetto a quelle più marcatamente tradizionali. L’articolo conclude dicendo che “Il Carnevale in fondo è (anche) questo: una celebrazione del corpo, della vita in lotta con la morte, della presa di coscienza dell’esistenza della fine, che ci invita a godere appieno dell’esistenza sulla terra. È il tempo della sovversione, della mancanza di limiti al piacere e dell’attentato alle regole sociali e culturali che impediscono una reale convivenza tra le molteplici componenti di questo immenso caos chiamato mondo”. Perciò se la concezione di Pride come “carnevalata” significa sovversione delle regole sociali e culturali, ben venga, dal momento che, citando lo scrittore Tommaso Giartosio, non si nega “il gusto di scandalizzare e di spararla grossa, c’è l’omofobia introiettata, c’è l’ironia camp, c’è il ridere della propria vanità – ovviamente senza nessuna intenzione di rinunciarvi. (…) Però non si tratta neppure semplicemente di ricerca dello scandalo. La «svolta antisociale» va presa sul serio. Se la retorica della vita come valore assoluto ha escluso chi non rientrava nella sua ortodossia, consegnandolo entro la sfera di ciò che è negativo, insensato, improduttivo, incomprensibile, questo soggetto queer invece di andare in cerca di riconoscimento dovrebbe «abbracciare quella negatività che si trova comunque a rappresentare strutturalmente». È una vera e propria proposta politico-culturale (…) difficile da diffondere, ma orgogliosamente marginale e fiera della centralità del margine”.

Noi ci stiamo riappropriando del carnevale e della sua tradizione popolare in modo comparativo e critico, voi sarete disposti ad appropriarvi criticamente del Pride?

Continua con la seconda puntata del nostro approfondimento.