Il Pride è una carnevalata – Seconda parte

La prima puntata del nostro approfondimento è stata dedicata alle connessioni reali o supposte del Pride al carnevale. In questa seconda parte ci concentreremo sull’aspetto storico-culturale della questione. Proponendovi spunti di riflessione legati all’uso delle maschere e dei travestimenti, continua la nostra ricerca della risposta alla domanda il pride è una carnevalata?

Maschere e costumi nella storia e nella letteratura

Nel corso della storia, le persone lesbiche, gay, transgender, queer e intersex sono state spesso obbligate a indossare delle maschere e dei travestimenti per poter sopravvivere. Soprattutto quando l’omo-transfobia era legge in centinaia di stati europei e nelle loro colonie. Basti pensare alle donne lesbiche vittoriane, costrette a indossare abiti maschili per potersi aprire un conto in banca, viaggiare, comprarsi una qualsiasi proprietà e vivere libere ed emancipate.

Oppure a Oscar Wilde, un genio troppo eccentrico e acuto per una società che dichiarava l’omosessualità un reato. O, ancora, a tutte le eroine, da Hellfire Hotchkiss a Nancy Jackson, lungamente osannate da Mark Twain nel suo How Nancy Jackson Married Kate Wilson and Other Tales of Rebellious Girls and Daring Young Women. O agli indissolubili legami omo-erotici su cui si fonda l’intera storia nordamericana, così come la teorizzò il critico Leslie Aaron Fiedler. Ma anche all’abilità di Virginia Woolf di superare i limiti del tempo e dei generi nel suo Orlando, quando molti altri modernisti nascondevano dietro l’innovazione della tecnica letteraria la propria più o meno (ri)velata omosessualità.

Ma gli esempi sono infiniti. La comunità LGBTQ+ per secoli si è dovuta adattare con coraggiosa creatività alla violenza e ai pericoli di un mondo eterocentrico, eteronormato e sessista, facendo uso di maschere e costumi, smontando le rigide regole della società.

Forse è per questo che “quella gay”, Citando Tommaso Giartosio “è una tradizione sui generis: interstiziale per mancanza di spazio, necessariamente leggera, dinoccolata, friabile, aleatoria. Per nulla impositiva. Niente male: una tradizione senza traccia di tradizionalismo”.

Mascherarsi per liberarsi: la pratica del crossdressing

La pratica del crossdressing, ovvero indossare abiti e assumere atteggiamenti tradizionalmente associati al sesso opposto, viene tradotta in Italia con il termine di accezione negativa “travestitismo”. In passato il travestitismo poteva rappresentare l’unica possibilità di salvezza, in quanto contemplava il mascheramento della propria identità.

Oggi la pratica è spesso associata alla manifestazione reale del sé, in cui la maschera invece di nascondere rivela, laddove gli abiti di tutti i giorni, considerati socialmente accettabili poiché conformi e quindi decorosi,  ingabbiano l’identità. La maschera assume quindi un’ulteriore connotazione. Racconta la possibilità di andare oltre il binarismo, esagerando e portando agli estremi i ruoli di genere, che diventano oggetto di indagine sovversiva rispetto ai canoni imposti. Di nuovo, dove il carnevale maschera, il Pride, con la sua rilettura critica dei generi e dei ruoli di genere, lascia terreno fertile alla (messa in) discussione, garantendo nuove prospettive.

Il Giappone di Yukio Mishima e del teatro Kabuki

Confessioni di una maschera è il titolo dell’appassionato romanzo dello scrittore giapponese Yukio Mishima. Il libro narra il processo di scoperta e accettazione dell’omosessualità in chiave autobiografica. Il protagonista parla delle maschere come strumento che utilizziamo per presentarci agli altri, e dietro al quale egli cela il suo reale orientamento sessuale. Egli si costruisce una seconda identità che possa essere abbastanza decorosa per essere presentata in pubblico. Allo stesso tempo, le persone che lo circondano indossano anch’esse una maschera per celare paure e fragilità.

L’epilogo del romanzo non è dei più sereni, ma l’uso simbolico della maschera ha per noi una valenza molto importante. Il Pride vorrebbe costituirsi come percorso e momento di svelamento e smascheramento, non solo da parte dei nostri concittadini/e eterosessuali più ostili, ma anche di tutta quella fetta di lesbiche, gay e trans che ancora si celano dietro la stessa maschera di Mishima.

Anche il teatro kabuki faceva e fa uso di maschere. Attori maschi interpretano ruoli femminili, assumendo non solo l’aspetto estetico di una donna, ma ricalcandone gesti e movenze. Estrema cura veniva riservata alla realizzazione del trucco e degli abiti. Le maschere, questa volta culturalmente accettate, ci portano nuovamente a esplorare innumerevoli possibilità.